[1904 giugno postea] s.i.d., [Roma]
Descrizione:
Testo autografo di G. Boni, incentrato sulla funzione delle Gallerie Cesaree e degli spettacoli gladiatori considerati in rapporto con l’operato di Giulio Cesare (vd. figg. 88-89).
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Trascrizione:
"CVNICVLA
\r\nChi, pratico di strutture, legge i Commentarii di Cesare non può [fare] a meno di ammirarne la concisa chiarezza con la quale egli definisce e descrive le fortificazioni e le opere o macchine d’assedio. Una descrizione che va dall’intima struttura all’aspetto pittoresco d’insieme, è frutto di solide cognizioni acquisite per naturale inclinazione mediante lo studio e l’esercizio, e sappiamo che Cesare prediligeva un ispettore del genio militare, praefectus fabrum, al punto da esporsi a frecciate satiriche che gli lasciarono perpetua stigmata.
\r\nLe mansioni di chi dirigeva la legione degli specialisti del Genio nelle operazioni militari romane, sono specificate da Vegetius nel de officio praefecti fabrorum, e comprendono la costruzione delle macchine e delle torri lignee di difesa, d’assedio, e lo scavo di cunicoli per penetrare nelle piazze nemiche: Habet praeterea legio fabros tignarios structores carpentarios ferrarios, pictores reliquosque artifices ad hibernorum aedificia fabricanda, ad machinas turres ligneas ceteraque, quibus uel expugnantur adversariorum civitates uel defenduntur propriae, praeparatos, qui arma vehicula ceteraque genera tormentorum vel nova facerent uel quassata repararent. [Habebant etiam fabricas scutarias loricarias arcuarias, in quibus sagittae missibilia cassides omniaque armorum genera formabantur]. Haec enim erat cura praecipua, ut quicquid exercitui necessarium videbatur numquam deesset in castris, usque eo, ut etiam cunicularios haberent, qui ad morem Bessorum ducto sub terris cuniculo murisque intra fundamenta perfossis inprovisi emergerent ad urbes hostium capiendas. Horum iudex proprius erat praefectus fabrum (de re milit., II. 11). Lo stesso autore riferisce l’antica etimologia che faceva derivare cunicolo dal nome dell’animale, il coniglio, che scava gallerie sotterranee: Cuniculum vocant a leporibus qui cavernas sub terris fodiunt ibique conduntur (l.c. IV. 24).
\r\nUno dei poemi di Catullo, il celebre Carmen XXIX, è appunto rivolto contro un praefectus fabrum il fallito di Formia: contro quel Mamurra, ductor formianus che aveva seguito Cesare nelle Gallie, divoratore di grosse fortune, avita patrimonia Mamurra deve tutto alla incredibilis libertalitas di Cesare, ad una generosità sinistra anzi perché fatta con mezzi non proprii bona etiam largiri liberalitas vocatur. Quasi un secolo dopo perdurava a Roma il ricordo dello sfarzo insolito con cui Mamurra aveva decorato la sua casa al Celio, rivestendola di lastre marmoree e non impiegandovi che colonne di cipollino e di marmo di Carrara: Primum Romae parietes crusta marmoris operuisse totius domus suae in Caelio monte Cornelius Nepos tradidit Mamurram, Formiis natum equitem Romanum, praefectum fabrum C. Caesaris in Gallia, ne quid indignati desit, tali auctore inventa re. Hic namque est Mamurra Catulli Veroniensis carminibus proscissus, quem, ut res est, domus ipsius clarius, quam Catullus, dixit habere quidquid habuisset Comata Gallia. Namque adicit idem Nepos cum primum totis aedibus nullam nisi e marmore columnam habuisse et omnes solidas e Carystio aut Luniensi. (Plin., H.N. XXXVI. 7).
\r\nHieron di Siracusa trovò nel matematico Archimede uno scienziato che una volta tanto consentiva di scendere dal campo delle idee pure a quelle applicate; e non passò senza rimprovero Aristotele per aver gustato la mensa di Filippo e di Alessandro. Giulio Cesare trovò nel meccanico Mamurra un compagno o eccitatore di stravizi, ma dobbiamo pur credere che egli ne ammirasse l’ingegno pratico del quale forse si valse anche in tempo di pace per lo studio o l’attuazione di qualcuno dei suoi grandi progetti edilizi. E agli ordini di Mamurra potrebbe aver servito quel Marco Vitruvio Pollione, della famiglia Vitruvia, tante volte nominata nelle iscrizioni di Formia, che già vecchio e infermo scriveva il trattato de Architectura al tempo di Augusto ricordando di aver lavorato con altri alla costruzione, alla riparazione di ordigni guerreschi: Cum M. Aurelio et P. Mumisio et Gn. Cornelio ad apparationem ballistarum et scorpionum reliquorumque tormentorum perfectionem fui praesto (I, praef.).
\r\nSappiamo che Cesare tracciò un nuovo orientamento del Foro Romano, che verosimilmente vi stese un nuovo pavimento di travertino alzando e disponendo secondo il nuovo orientamento il niger lapis, e non il Foro soltanto: Aedilis praeter Comitium ac Forum basilicasque etiam Capitolium ornavit (Svet., Caes. X) e che a conciliarsi il favore del popolo edidit spectacula varii generis e molto spese in munera venationes e specialmente in ludi gladiatorii prediletti dalla massa: id spectaculi genus ... quo multitudo maxime delectatur (Cic., pro Sest. 58. 128) [ma Cic., pro Sest. 58. 124].
\r\nTale era lo sforzo con cui Cesare predisponeva uno spettacolo gladiatorio che i suoi nemici, insospettiti, fecero limitare il numero dei combattenti (Svet., l.c.); sappiamo anche di belve fatte venire per le caccie [sic]: bestiae [quoque] ad munus populi comparatae (l.c. LXXV) e del grande concorso di gente che non trovando alloggio dovevano dormire per strada: Ad quae omnia spectacula tantum undique confluxit hominum, ut plerique advenae aut inter vicos aut inter vias tabernaculis positis manerent (l.c. XXXIX). Munera in Foro continuarono anche al tempo di Augusto (Svet., Oct. XLIII) il quale si fa vanto nell’iscrizione ancirana: VENATONES BESTAIARUM AFRICANARUM IN CIRCO AUT IN FORO AUT IN AMPHITEATRIS.
\r\nE talvolta con apparecchi complicati come quello adoperato durante i ludi gladiatori nel Foro Romano per far dilaniare dalle belve un brigante siculo quel tal Selurus "figlio dell’Etna (Strabo, VI. II. 6).
\r\nSappiamo che nei tornei dati da Cesare nel Foro Romano combattevano personaggi non volgari: Munera in Foro depugnavit Furius Leptinus, stirpe paraetoria et Q. Calpenus, senator quondam, actorque causarum (Svet., Caes. XXXIX).
\r\nCesare essendo dittatore, fece coprire tutto il Foro, e la via Sacra, dalla casa sua (domus publica) al clivo Capitolino, cosa che parve più mirabile dello spettacolo gladiatorio: Mox Caesar dictator totum forum Romanum intexit, viamque sacram ab domo sua ad clivum usque in Capitoliumm quod munere ipso gladiatorio mirabilius visum tradunt (Plin., N.H. XIX. 6).
\r\nPerché niente ingombrasse lo spettacolo gladiatorio fu tolta l’ara che sorgeva in mezzo al foro, prossima al luogo dove la tradizione ricordava essere stato il lacus Curtius: ara inde sublata gladiatorio munere Divi Iuli, quod novissime pugnavit in Foro (Plin., [N.H.], XV. 20), l’ara sembra fosse già ricollocata al tempo di Augusto (Ovid., F. VI. 409) e poi definitivamente rimossa per far posto alla statua equestre di Domiziano (Stat., Sylv. 1. 22) la cui sostruzione potrebbe essere quella che ha troncato i cunicoli cesarei in prossimità al rudero del supposto basamento della statua equestre di Costantino.
\r\nLa rimozione dell’ara e la distribuzione delle aperture dei cunicoli e delle torri-elevatrici che in essi funzionavano mi fanno ritenere che i ludi cesarei assumessero la forma di più combattimenti figurati, dei quali perdurrò il ricordo ingentilito del romanticismo provenzale nei castelli d’amore del medioevo e ricordo a questo proposito che lo stesso Cesare faceva pure togliere le mete dal Circo Massimo per internarvi due opposti accampamenti: Nam quo laxius dimicaretur, sublatae metae inque earum locum bina castra exadversum constituta erant. (Svet., Caes. XXXIX). D’onde il nome di oppidum (simulacro di città fortificata dominante il campo delle corse) dato ai carceres: dicitur locus in circo unde quadrigae emittuntur (P.D. s.v.), perché munite di merli e di torri: quod ad muri speciem primis turribusque carceres olim fuerent. Scripsit poeta (Naevius): Dictator ubi currum insidit, pervehitur usque ad oppidum. (Varr., l.l. V.153). Dato il carattere sacro che in origine avevano gli spettacoli circensi parrebbe che l’oppidum simboleggiasse la città ai piedi della quale si stendeva il circo, e che finisse anch’esso per adempiere l’ufficio di un ornamento tradizionale sui calchi raffigurati sulle monete di Traiano, di Caracalla e nelle torri all’ingresso del Circo di Massenzio.
\r\nGiulio Cesare faceva scavare la parte depressa del Campo Marzio dove crescevano le palustri code di cavallo (equisetum), per aggiungere in minore Codeta defosso lacu una naumachia alle mimesi dei combattimenti che illustravano imprese guerresche già compiute o meditate soltanto (P.D. s.v: Codeta; Svetonio Caes. XXXIX; Dione XLIII, 23; Appian. B.C. II. 102)".
\r\nADA SSBAR, Documenti Boni, b. 23, cc.ss. 58-62.
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Collezione:
Documentazione scavi "G. Boni"