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Lacus Curtius
Tipologia:
FonteFunzione:
SacraPeriodo:
Epoca arcaica, con rifacimentiDescrizione:
Con il termine lacus Curtius si indica un’area del Forum Romanum (piazza del Foro), di forma trapezoidale (circa 9 x 10 metri) delimitata da una balaustra con all’interno i resti di un pluteal (pozzo) e di are o basi marmoree. Quest’area è posta ad un livello più basso (in media di 50 cm) rispetto alla restante pavimentazione di età augustea. Un rilievo con l'immagine di un cavaliere ricorda la leggenda del sacrificio di Curtius. I resti conservati: lastre di travertino della fase cesariana e parte della pavimentazione più antica in blocchi tufacei, un basamento circolare di tufo con apertura centrale (pozzo) entro una base poligonale di blocchi di cappellaccio, degli incassi regolari, forse basi di altari, appartengono a differenti fasi costruttive. La ricostruzione e l’aggiornamento del monumento è dovuto all’importanza che gli si attribuiva e al variare di quote pavimentali nella piazza attraverso i secoli. La prima fase si colloca in età repubblicana, forse in due momenti differenti che si fanno risalire al IV e al I secolo a.C., con successivi rifacimenti in età augustea ed agli inizi del III secolo d.C. Al complesso monumentale appartiene anche il rilievo in marmo greco decorato, su un lato, dalla scena di un cavaliere che si getta, con il suo cavallo, in una voragine delimitata da canne palustri. Sul lato opposto del pluteo è tracciato un’iscrizione in latino di età augustea che ricorda Nevio Surdino, il magistrato addetto alle controversie tra cittadini romani e stranieri, che curò il rifacimento della pavimentazione della piazza del Foro dopo l’incendio del 9 a.C. L’iscrizione si legge: “L [ucius] Naevius L[uci] f[iulius] Surdinus/ pr[aetor]/ inter civis et peregrinos”(CIL VI 1468). Il rilievo di età repubblicana, rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca, è conservato nei Musei Capitolini, sul posto è collocata una riproduzione. La parte della valle forense interessata dal lacus Curtius si trovava in stretto rapporto con la valle del Velabro e con l’alveo del Tevere, un’area soggetta al variare del livello delle acque del fiume e dei torrenti che vi confluivano. Le fonti letterarie, latine e greche, ricordano, come prima della costruzione della Cloaca Massima, la valle del Velabro fosse paludosa (palus), una palude infera, dimora dei morti; la zona ai margini un luogo di transito per l’aldilà, sede di culti a carattere funerario. Il luogo deve il suo nome alla Gens Curtia ed è legato all’origine mitica della città, si tramandano diverse leggende che spiegano la monumentalizzazione di un luogo naturale (voragine, palude, fossa creata da un fulmine) sacralizzato. Gli scrittori antichi hanno cercato di mettere in relazione la denominazione del sito ad eventi leggendari. Una prima tradizione, raccolta anche da Tito Livio (Ab Urbe condita, I.12), narra di Mettius Curtius, un condottiero sabino al seguito di Tito Tazio che, durante la guerra tra i Romani e i Sabini, inseguito da Romolo desideroso di vendicare il compagno Hostius Hostilius, cadde nella palude (lacus Curtius) da dove poi riemerge illeso esortato dai compagni. Lo stesso Tito Livio (Ab Urbe condita, VII.6) riferisce di un’altra leggenda (fabula) più tarda, che darebbe maggior lustro al nome del lacus. Nel 362 a.C. quasi tutta la parte centrale della piana del Foro sprofondò, formando un ampio e profondo baratro. Secondo il responso degli oracoli la voragine si sarebbe richiusa soltanto dopo aver sacrificato la cosa più importante per Roma. Numerose offerte con sporte di terra e di frutti furono fatte inutilmente. Allora un giovane condottiero Marcus Curtius, dichiarando che non esistesse bene più prezioso per lo Stato Romano del valore delle armi e del coraggio dei suoi soldati, si vota in sacrificio agli dei Mani, dei degli inferi; quindi in groppa al suo cavallo, riccamente bardato, si gettò nella voragine e salvò l’Urbe. Un’ultima versione, presente solo in Terenzio Varrone (De Lingua Latina, V.150), ricorda che il luogo fu dichiarato sacro perché colpito da un fulmine. La consacrazione sarebbe avvenuta nel 445 a.C. sotto il consolato di C. Curtius Philo e M. Genucius Augurinus, i due magistrati che provvidero a recintare il sito seguendo le disposizioni del Senato.Bibliografia specifica:
F. Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Roma 1986, pp. 295-298 C.F. Giuliani, P. Verduchi, L’Area centrale del Foro Romano, Firenze 1987, pp. 105-116 C.F. Giuliani, s.v. Lacus Curtius, in LTUR, III, Roma 1996, pp. 166-167 Ch. Huelsen, Il Foro Romano. Nuove scoperte, Roma 1905 I. von Kampen, “Il Foro Romano”, in Roma Archeologica, Roma 1999, pp. 36-37Geolocalizzazione
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